Professore Zizza Lei ha frequentato il Liceo Classico Pitagora. Oggi che professione svolge? Qual è il motivo principale che l’ha spinta a intraprendere questa carriera?
Oggi sono professore universitario di Storia Greca all’Università di Pavia e, da poco, Prorettore alla Persona e al Diritto allo Studio.
- Professore Zizza Lei ha frequentato il Liceo Classico Pitagora. Oggi che professione svolge? Qual è il motivo principale che l’ha spinta a intraprendere questa carriera?
- In che modo lo studio delle lingue classiche le è risultato utile dopo il liceo?
- Qual è il ricordo più bello che serba del Pitagora? Che cosa le manca di più di quegli anni?
- Che cosa si sente di dire a chi vorrebbe scegliere il Liceo Classico oggi?
- Pavia e Crotone: due città che ha nel cuore.
- Che messaggio si sente di dare a chi leggerà questa intervista?
Se devo essere onesto, non ho mai pensato: “da grande farò il professore”. La spinta è venuta piuttosto da una domanda che non mi ha più lasciato mai in pace: perché gli esseri umani, in ogni epoca, organizzano il potere, il conflitto e la convivenza sempre in modo imperfetto, ma continuano ostinatamente a rifletterci sopra?
Lo studio del mondo antico mi ha insegnato che molte delle nostre questioni più urgenti (penso, per esempio, al tema della giustizia, delle disuguaglianze, della libertà e della responsabilità) non sono affatto nuove. I Greci – e, più in generale, gli antichi – non offrono soluzioni pronte, ma pongono domande scomode, che costringono a pensare con rigore. È questo che mi ha convinto a fare ricerca: non per custodire un passato immobile, ma per usare il passato come uno strumento critico per il presente.
A questa convinzione si è presto affiancata l’esperienza dell’insegnamento, prima a scuola e poi all’università. Insegnare mi ha fatto capire che il sapere non vale per la sua difficoltà, ma per la sua chiarezza. Rendere comprensibile ciò che è complesso non significa semplificare, ma assumersi una responsabilità: scegliere le parole giuste, guidare senza imporre, lasciare spazio al dubbio. In aula ho imparato che la conoscenza non si trasmette dall’alto, ma si costruisce nel dialogo; e ho imparato anche che formare significa soprattutto allenare lo sguardo critico e l’autonomia di pensiero.
Col tempo, a questa passione si è aggiunta una seconda motivazione: trasformare il sapere in responsabilità. Accettare un incarico istituzionale significa provare a far vivere concretamente ciò che si studia nei libri: l’idea che le istituzioni non siano solo strutture, ma comunità di persone, e che il sapere abbia senso solo se sa prendersi cura di chi lo attraversa.

In che modo lo studio delle lingue classiche le è risultato utile dopo il liceo?
Il greco e il latino mi hanno “dato”, oltre che i contenuti, soprattutto un metodo. Mi hanno insegnato la pazienza dell’analisi, l’attenzione alle parole, il rispetto per la complessità dei testi e delle idee. Tradurre significa scegliere, argomentare, assumersi una responsabilità interpretativa: è una palestra formidabile per qualunque percorso futuro, anche fuori dall’ambito umanistico. E poi c’è un aspetto meno evidente ma decisivo: le lingue classiche educano ad ascoltare voci lontane, diverse da noi, senza ridurle a slogan.
Qual è il ricordo più bello che serba del Pitagora? Che cosa le manca di più di quegli anni?
Più che un singolo episodio, porto con me un’atmosfera. Al Pitagora ho avuto per la prima volta la sensazione che pensare fosse una cosa seria, ma non rigida; impegnativa, ma non soffocante. Era un luogo in cui, molto spesso, le domande contavano quanto le risposte e in cui lo studio non era semplice accumulo di nozioni, ma un esercizio quotidiano di attenzione e di libertà.
Di quegli anni mi manca soprattutto il tempo lento del pensiero: il poter non capire subito, il fare errori, il cambiare idea senza che questo fosse vissuto come un fallimento. Mi mancano le relazioni – con i compagni e con alcuni docenti – e quelle discussioni che non finivano al suono della campanella, ma continuavano nei corridoi, per strada, a casa.
Col passare degli anni ho capito di aver imparato molto anche per contrasto. Non solo dagli insegnanti appassionati, ma anche da quelli che trasmettevano meno entusiasmo. Da alcuni ho imparato cosa significa insegnare; da altri ho capito, con altrettanta chiarezza, che non era così che volevo stare in aula e che non avrei fatto un mestiere – qualunque esso fosse – senza passione e senza rispetto per il tempo e l’intelligenza di chi avrei avuto davanti.
Solo più tardi ho riconosciuto che proprio lì – tra entusiasmo e tedio, tra riconoscenza e dissenso – si stava formando qualcosa di decisivo: non una preparazione tecnica, ma un modo di guardare il mondo e di scegliere, con maggiore consapevolezza, il proprio futuro.

Che cosa si sente di dire a chi vorrebbe scegliere il Liceo Classico oggi?
Direi, prima di tutto, di non scegliere il liceo classico per inerzia o per tradizione, ma neppure di scartarlo perché “non serve”. Il classico non serve a ‘qualcosa’ in senso immediato: serve a ‘qualcuno’, se lo si vive come uno spazio di scoperta e di formazione profonda.
Nella Politica, Aristotele osserva che le comunità non stanno in piedi solo grazie alle leggi o alle istituzioni, ma grazie alla qualità delle persone che le abitano e alla loro capacità di giudicare e di parlare in modo responsabile. Il liceo classico, nel suo senso migliore, allena proprio a questo: a pensare e a comunicare. Attraverso i classici insegna che le parole non sono neutre e che saperle usare bene significa assumersi una responsabilità verso chi ascolta. È una retorica non manipolatoria, ma etica: imparare a convincere senza ingannare, a sostenere una tesi senza urlare, a dare forma chiara a pensieri complessi.
Il classico non promette scorciatoie, ma offre strumenti duraturi: capacità critica, libertà di giudizio, attenzione al linguaggio, gusto per la complessità. In un mondo che cambia rapidamente, in cui comunicare è diventato facile ma comprendere è sempre più difficile, questa è una competenza decisiva. Non garantisce un percorso lineare, ma offre qualcosa di più raro: la possibilità di scegliere con maggiore consapevolezza chi si vuole diventare.
Pavia e Crotone: due città che ha nel cuore.
Pavia mi affascina perché è una città che non si offre subito. Va attraversata con pazienza, imparata per strati: le aule antiche, i cortili nascosti, le biblioteche, i collegi universitari in cui si studia, si discute, si vive insieme. È una città che educa alla concentrazione e all’ascolto, come certi libri importanti che non colpiscono alla prima pagina, ma che lasciano il segno nel tempo. Qui l’università non è un edificio isolato, ma un modo di abitare la città e di farne parte.
Crotone, invece, è la città delle origini: del mare aperto, della luce, del movimento. È un luogo in cui il pensiero antico nasce in dialogo continuo con il mondo, con i viaggi, con l’incontro tra culture diverse. Porta con sé l’idea che conoscere significhi anche esporsi, partire, misurarsi con ciò che non ci assomiglia.
Sono due città molto diverse, e proprio per questo complementari. Insieme mi ricordano che mettere radici non significa chiudersi, e che l’apertura più autentica nasce sempre da un’identità consapevole. Chi sceglie di studiare lontano da casa, in luoghi come Pavia, fa anche questo esercizio: imparare a sentirsi a casa in un mondo più grande.
Ma è un esercizio altrettanto serio e impegnativo anche quello di chi decide di restare vicino alla propria città di origine, trasformando ciò che gli è familiare in uno spazio di crescita, di responsabilità e di apertura, senza rinunciare al confronto con ciò che è diverso.

Che messaggio si sente di dare a chi leggerà questa intervista?
Se c’è un messaggio che mi sento di lasciare a chi leggerà questa intervista e a chi oggi frequenta il Pitagora è questo.
Non abbiate fretta di diventare ‘qualcosa’. Abbiate, piuttosto, cura di diventare ‘qualcuno’. In un tempo che chiede definizioni rapide, etichette immediate e risultati misurabili, concedersi il diritto di non essere ancora conclusi è un atto di intelligenza e di libertà.
Coltivate le vostre passioni senza trasformarle subito in utilità; leggete anche ciò che non vi dà immediatamente ragione; ascoltate opinioni diverse dalle vostre non per dovere, ma per esercizio. È così che si forma un pensiero saldo: non evitando il dissenso, ma attraversandolo. Il futuro non si affronta con ricette preconfezionate, ma con strumenti interiori solidi: curiosità, senso critico, responsabilità nell’uso delle parole e delle scelte.
La scuola – e in particolare una scuola come il liceo classico – non serve a chiudere strade, ma ad aprirle. Vi insegna che capire è più difficile che giudicare, che argomentare è più impegnativo che semplificare, e che la buona retorica non è l’arte di convincere a ogni costo, ma quella di dire il vero nel modo più giusto possibile.
I tragici greci lo sapevano bene: sulle loro scene nessuno ha mai ragione da solo, e nessuna voce basta a spiegare il mondo. È nel confronto tra parole, nel conflitto delle ragioni e nel riconoscimento del limite umano che nasce la consapevolezza. Portate con voi questa lezione: non vi renderà invincibili, ma vi renderà responsabili, e questo è il primo passo per costruire il futuro e per attraversarlo con coraggio.

































