Il 6 gennaio 1980 a Palermo veniva assassinato Piersanti Mattarella, presidente della Regione Siciliana ed erede politico di Aldo Moro. A distanza di oltre quarant’anni, la sua morte resta una ferita aperta nella storia repubblicana, un caso con i mandanti condannati ma gli esecutori materiali senza nome. In questo vuoto si inserisce il lavoro dello storico Miguel Gotor, che al Trame Festival di Lamezia Terme ha presentato il suo saggio intervistato dalla giornalista Patty Torchia. L’autore compie un viaggio nelle stratificazioni del potere, mettendo in luce gli ibridi connubi tra criminalità organizzata, neofascismo e massoneria occulta che hanno segnato profondamente le vicende del nostro paese.

Un omicidio politico
La ricerca si muove partendo da una intuizione del magistrato Loris D’Ambrosio, che evidenziò come quello di Mattarella non fu un semplice delitto di mafia, bensì di un “omicidio di politica mafiosa”. In questa definizione si coglie l’intreccio tra la pista siciliana e l’eversione nera, due realtà che si integrano perfettamente.
Secondo Gotor l’uccisione del presidente va connessa ai grandi traumi del 1980, come la strage di Ustica e quella di Bologna. Sullo sfondo emerge lo scenario internazionale della guerra fredda e la decisione degli Stati Uniti di installare i missili Cruise in Sicilia, un crocevia geopolitico che determinò il destino della nostra nazione.

Le ombre internazionali
A segnare la svolta nella comprensione di questa trama interviene un tassello fondamentale. Lo storico ha ricordato che “è stata un’intervista rilasciata da Sergio Mattarella al Corriere della Sera il 18 aprile 1993” a offrire una chiave decisiva.
In quell’occasione l’attuale Capo dello Stato sostenne che sarebbe stato sbagliato limitare l’omicidio del fratello Piersanti a una dimensione regionale.
Il presidente richiamò una dimensione internazionale, delineando i rapporti tra gli ambienti della P2 e alcuni circoli degli Stati Uniti, elementi che collegano il delitto a strategie globali di destabilizzazione.

Lo specchio del presente
L’analisi dello storico non si ferma al passato, ma si inserisce nel presente per analizzare l’attuale stato della democrazia. Durante il suo intervento al festival, Miguel Gotor ha espresso forte preoccupazione per la crisi della rappresentanza politica in Italia.
“Da venticinque anni ormai non scegliamo più direttamente i nostri parlamentari”, ha affermato lo studioso, richiamando gli effetti del referendum del 18 aprile 1993.
Le leggi elettorali sembrano formule tecniche e distanti dai cittadini, ma condizionano la fiducia nelle istituzioni, in un momento in cui l’intero Occidente affronta gli affanni della democrazia.


























