Supera i 2,7 milioni di euro il valore del “tesoro” riconducibile a un imprenditore reggino del settore alimentare, condannato a otto anni per associazione mafiosa, confiscato stamani, definitivamente, dalle fiamme gialle al termine di una indagine condotta dai loro colleghi dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, nell’ambito del noto procedimento denominato Il Padrino.

Cosca Tegano di Reggio: scatta l’operazione “il Padrino”, 25 fermi per mafia
La fiducia e la fedeltà al capo
Gli accertamenti investigativi, arricchiti dalle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, dalle intercettazioni e dai servizi di osservazione, tendono a dimostrare che l’indagato, Giovanni Pellicano, fosse inserito organicamente nella cosca Tegano.
Una affiliazione che risalirebbe addirittura alla metà degli anni ’80, ai tempi cioè della cosiddetta seconda guerra di ‘ndrangheta, quando sarebbe stato l’autista personale di Giovanni Tegano.
Secondo gli inquirenti, l’imprenditore avrebbe accompagnato il capo ai summit riservati, consolidando un “regime di fiducia e di assoluta fedeltà” che gli sarebbe stato ampiamente riconosciuto nel tempo all’interno del clan.
‘Ndrangheta. Condannato per mafia, confiscati beni ad imprenditore reggino
La giostra delle imbasciate
L’uomo emergerebbe dunque come un elemento chiave della cosca, per l’accusa capace di mantenere stabili legami commerciali e criminali con importanti famiglie mafiose del reggino, in particolare nella zona ionica.
Si ipotizza che sfruttando la sua attività economica, abbia funto da “punto terminale della giostra delle imbasciate”, gestendo i messaggi e organizzando gli incontri riservati con il capo cosca o con i reggenti. Un legame fiduciario ulteriormente rafforzato da vincoli di parentela, essendo nipote acquisito dello stesso boss.

I beni cautelati
La confisca, decisa dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria su richiesta della Procura locale, ha quindi interessato una società di commercio all’ingrosso di prodotti alimentari, nove terreni a Reggio Calabria e tre fabbricati, di cui due a Catanzaro; circa 110 mila euro in contanti e tutti i rapporti bancari, finanziari e assicurativi riconducibili all’indagato.





























