» Intervista di Martina Milano
Come si chiama?
Giovanni Levato.
In quale industria Crotonese ha lavorato?
Montedison.
Quando ha cominciato? A che età?
A 19 anni. Dal 1960 al 1992.
Bene, piacere di conoscerla. E di che cosa si occupava?
Lavoravo nella Montedison in cui si producevano concime per l’agricoltura, detersivi, fosforo.
Potrebbe raccontare una sua giornata di lavoro, una giornata tipo? Come si svolgeva, da che ora a che ora, gli intervalli?
All’inizio dalle sette e mezza alle quattro e mezza. Poi c’era la manutenzione giornaliera. Poi sono passato a fare i due turni, dopo parecchi anni, per guadagnare qualcosa in più.
Ha cambiato turno?
No, facevo due turni. C’erano tre turni: 06:14:00, 14:00-22:00 e 22:00-06:00. Se non c’erano i sostituti per il cambio, dovevo stare ancora per altre otto ore.
Ma più o meno quanti dipendenti eravate, all’incirca?
Appena sono entrato, eravamo più di mille, milletrecento.
Cosa rappresentava per lei e per i suoi colleghi lavorare in questa fabbrica?
Mandare avanti la famiglia, portare il pane a casa.
E com’è stato assunto? Ricorda?
Prima di me c’era mio padre. Poi ha avuto un infortunio: è rimasto senza dita. C’è stato un incidente: una mano nella ventola.
Ma più o meno in che anno è avvenuto l’incidente?
Allora, io sono entrato nel ‘60, mio padre ha avuto l’incidente nel ’58. Poi è morto con un tumore allo stomaco, al pancreas. È morto giovanissimo, a 56 anni.
Quindi lavorava sempre in quel reparto?
Il mio papà lavorava in officina. Assumermi non è stato facile. Essere di sinistra non ha giocato a mio favore. All’inizio prendevo 300 mila lire.
Ha mai visto dei suoi colleghi ammalarsi? Può raccontare qualche storia, se la ricorda.
Allora, ce ne sono parecchie. Uno è morto con la leucemia. Giovanissimo. Tonino Greco. Poi ce n’era un altro di Papanice. Però da quando sono andato in pensione non l’ho più visto. Non so se… Pure lui aveva la leucemia. L’ha scoperto quando era andato a donare il sangue ad un collega malato.
Ma lei ha avuto delle conseguenze sulla salute per il lavoro che ha svolto?
Soffro di malattie polmonari. Quando c’era bel tempo andavo sulle colline, a funghi. E poi ho scoperto di avere una malattia ai polmoni, perché ero sempre affaticato… Già sentivo che c’era qualcosa che non andava. Avevo l’orticello, per me era una passione. Ero affaticato anche nel parlare. Non riuscivo più nemmeno a prendere la zappa. E una volta con una nipotina mia, quella che è a Roma, mi trovavo a Capocolonna, e stavo scendendo in macchina. Eravamo seduti io e lei nei posti di dietro. E mi diceva “Zio, ma tu non respiri bene”. Io non ci facevo nemmeno caso. Sentivo la fatica qui sul petto. Poi da lì ho iniziato a fare le visite. Veramente mi avevano sconsigliato di farmi operare. Però io con la speranza che potesse andare meglio mi sono operato.
Quindi ha affrontato un intervento. Dove?
A Roma, Tor Vergata. E poi un mese l’ho fatto a Villa delle Querce, sempre a Roma, per la riabilitazione. E ora devo sempre stare con l’ossigeno. Come in questo momento. Mi hanno tolto mezzo polmone praticamente.
Lei ha partecipato alla stagione dei fuochi?
Ero già in pensione, però per solidarietà ci andavo pure io.
Ah, e ricorda cosa succedeva?
Tutti prendevano bidoni di fosforo, occupavano la 106, con tutti quei fuochi. Ecco, insomma, come si sa, scioperi selvaggi.
Quindi venivano incendiati i bidoni?
Mamma mia, pericoloso.
Ma voi lo sapevate che entravate in contatto con materiali pericolosi? Ne eravate consapevoli?
Allora, dell’amianto non sapevamo niente. Eravamo all’oscuro. Noi ci lavoravamo con l’amianto ma non ne conoscevamo i danni.
Ricorda com’era Crotone negli anni ’70? In che cosa era migliore o peggiore?
Migliore per la gente, per la famiglia. Ora si è capovolto tutto. Non si capisce nulla. E non solo a Crotone. Con la fabbrica abbiamo portato avanti la famiglia. Questo è doveroso dirlo. C’erano i pro e i contro, insomma.
Lei ha mai avuto paura anche per la sua famiglia? Oltre che per sé?
No, paura no. Anche se, veramente, essendo in una fabbrica, quello che è successo a mio padre mi dava da pensare… Allora c’era un’assicurazione, che pagava una quota per l’infortunio. Poi, quando me ne sono andato, non hanno mai dato nulla, in realtà. Insomma, mi sono assicurato già da ragazzo.
C’era poi una specie di commissione, un uomo e una donna che giravano tra tutti i dipendenti della Montecatini che avevano bisogno della casa. Noi ne avevamo diritto perché mio fratello aveva la poliomielite e noi vivevamo in una specie di tugurio, con una piccola stanza in cui la mamma cucinava. Alla parete avevamo l’ingrandimento di Gramsci, Togliatti e Lenin.
Uno di questi (della commissione, ndr.) venuto per un controllo, ha detto: “non siamo noi che non ti vogliamo dare la casa, ma sono questi qui che non te la faranno avere!”, riferendosi alle immagini. Per tutta risposta, mio padre che era pure fabbro modellò una sagoma di ferro a forma di Falce e martello e la mise fuori dalla porta. Se ci penso la vedo ancora sulla porta.
Papà era uno forte. E naturalmente noi la casa nuova che ci spettava di diritto non l’abbiamo vista mai. Quando sono entrato io, mia madre disse “non fare come tuo padre!”. Essendo, comunque, figlio di mio padre, lottavo, ho fatto il consigliere di fabbrica, ecc… Comunque, i primi tempi in cui sono entrato io, alla Montedison c’era tutto.
Prima mi hanno mandato dove si faceva il mercurio, ma ci sono stato pochi giorni. Qualche altro giorno dove si lavorava il cloro. Lavorando in quel reparto avevo sempre perdite di sangue dal naso e un collega molto attivo, Pietro Amoruso, che abitava vicino a noi, ha protestato vivacemente contro l’azienda e il capo reparto.
Mia madre, venuta a conoscenza della cosa, è andata in fabbrica per parlare col direttore. Non c’erano macchine e mia madre, con mia nonna, sono andate a piedi dal centro storico in fabbrica. Hanno detto al direttore che già il marito (mio padre) era morto con tumore, e speravano che il figlio (io) non facesse la stessa fine, specificando che io non ero come mio padre.
Il direttore allora ha aperto un armadietto metallico, ha preso un plico e spiegato loro tutto ciò che io facevo (scioperi selvaggi ecc…)
Questo coraggio è una cosa di cui bisogna essere solo orgogliosi, un temperamento che adesso si è perso… C’erano i cosiddetti crumiri, quelli che non aderivano alle iniziative dei lavoratori?
Certo, si mettevano nei bagagliai delle macchine dei tassisti per poter entrare dai cancelli delle fabbriche e andare a lavorare mentre noi occupavamo e scioperavamo fuori dai cancelli. Dopo che i taxi entravano nel cancello, loro uscivano dai portabagagli e andavano a lavorare. E addirittura per ogni giorno di lavoro che facevano durante lo sciopero prendevano 1000 lire in più fuori dalla busta paga.
Non è stato facile continuare a vivere in una casa piccolissima tra mille disagi, per la scelta forte e coraggiosa di mio padre, ma non mi è pesato perché mi ha insegnato che difendere le proprie idee vale bene anche dei sacrifici materiali, ed io sono fiero di essere cresciuto con i valori che incarnava mio padre e spero di averli seguiti anche io e averli trasmessi ai miei figli.































