Chiudete gli occhi e sentite il vento gelido dell’Aspromonte d’inverno: torrenti in piena che divorano la terra, pastori incappucciati come dèi greci erranti, case di fango dove uomini e bestie dividono il gelo. È questo mondo crudo che Corrado Alvaro immortala in Gente in Aspromonte (1930), tredici racconti editi da Le Monnier a Firenze. Non un romanzo compatto, ma un affresco lirico della Calabria più aspra, primo vero urlo del meridionalismo novecentesco.
Al centro, il lungo racconto omonimo: gli Argirò, famiglia di pastori annichilita dalla miseria. Benedetto studia in seminario, speranza di riscatto; Antonello, il ribelle, capisce l’ingiustizia: “Per la prima volta capiva di essere in mezzo a qualche cosa di ingiusto; il sentimento della sua condizione gli si affacciò improvviso e chiaro e si sentiva come un angelo caduto”.
I potenti Mezzatesta – proprietari terrieri – schiacciano ogni tentativo: la mula comprata per il commercio brucia in un incendio doloso. Antonello torna malato, incendia un bosco nemico, distribuisce carne ai poveri, diventa fuorilegge. Arrestato, grida: “Finalmente, disse, potrò parlare con la Giustizia. Ché ci è voluto per poterla incontrare e dirle il fatto mio”. È vendetta epica, non brigantaggio volgare: Alvaro eleva i vinti a eroi tragici .
Gli altri dodici racconti sono gemme brevi, specchi di anime semplici. La pigiatrice d’uva: gelosia mortale in una vigna, presagi tesi come corde di mandolino. Il rubino: emigrante torna dall’America con un gioiello inestimabile, ignaro, lo regala al figlio come biglia – ironia sul valore vero della ricchezza. La zingara: Crisolia fugge col nomade, inseguendo sogni raminghi. Coronata: ragazza rapita dall’amato durante un pellegrinaggio, rompe le catene familiari.
Poi le perle tragiche: Teresita, costretta dal padre a un rituale ossessivo di affetto quotidiano, muore di stenti post-parto sotto la pioggia. Romantica: garibaldino del Nord si perde nel Sud per delusione amorosa, e tratta la nuova compagna da schiava in una vita “in trance”. La signora Flavia: il servo Serafino salva la sua ricca padrona dall’annegamento, e tocca il suo seno per la prima volta – desiderio inappagato in una città indifferente.
E ancora: Innocenza, viandante ripara da una prostituta senza giudicarla, e bacia la sua cicatrice; Vocesana e Primante, odio per la croce processionale; Temporale d’autunno, amanti nemici uniti dalla bufera; Cata dorme, studenti scoprono un omicidio; Ventiquattr’ore, emigranti terrorizzati da una profetessa della morte.
Perché capolavoro? Alvaro supera Verga: non verismo oggettivo, ma “pianto cosmico” soggettivo, realismo magico ante litteram. Pastori non vittime passive, ma portatori di mito ellenico – cappucci come dèi omerici, torrenti voci assordanti. Scritto tra Parigi e Aspromonte (1928-30) durante l’esilio antifascista, è una denuncia del latifondo e dello Stato assente.































