Sedetevi comodi, perché la storia di Corrado Alvaro e la Grande Guerra è un viaggio dal sogno interventista all’incubo delle trincee. È il 1915: ventenne, fresco di liceo a Catanzaro, Alvaro molla gli studi per buttarsi nella mischia. Interventista repubblicano, influenzato dalle piazze infuocate di Reggio Calabria, sogna una nazione unita e rigenerata dal sangue. Ma il Carso gli insegna che la guerra è solo fango, morte e disillusione .
Partiamo dall’arruolamento. Gennaio 1915: da Roma a Firenze, poi Modena per l’accademia militare. Esce sottotenente, assegnato al 158º fanteria. Sul fronte carsico, novembre 1915, durante l’assalto al Monte Sei Busi (tra Monfalcone e Gorizia), resta ferito alle braccia da schegge di granata. Decorato con medaglia d’argento al valor militare, sopravvive per miracolo. “Qui nelle trincee stessi molti muri sono piantati sui cadaveri nemici… I nostri morti sono seppelliti tutti con le croci cristiane”, scrive alla contessina Ottavia Puccini, sua musa e confidente. Quelle lettere private sono cruda poesia: non eroismo dannunziano, ma l’orrore quotidiano di topi, pidocchi e compagni straziati .
Alvaro non è un soldato qualunque. Lettere e diari rivelano un intellettuale che osserva, annota, trasforma il caos in parole. Guarito, torna in trincea come tenente, comandando plotone. La guerra lo segna nel profondo: da interventista diventa critico feroce della retorica patriottica. “La guerra è una cosa seria, non un’avventura romantica”, sembra dirci tra le righe. Quelle esperienze confluiranno nelle Poesie grigioverdi (1917), esordio pubblicato da Vitagliano a Roma. Aldo Valori sul Resto del Carlino le acclama: “Un giovane poeta di grande ingegno, che ha il coraggio di essere se stesso” .
Le poesie sono un pugno allo stomaco. Aspromonte evoca la Calabria lontana contro l’inferno friulano; Notte descrive veglie tra i morti; Corte d’assise immagina processi ai generali. Non retorica, ma lirica intima: il grigioverde delle divise diventa metafora di un’Italia livellata nella sofferenza. Alvaro rifiuta il futurismo marziale di Marinetti: la sua guerra è elegiaca, quasi proustiana nell’introspezione. Influenzato dai simbolisti francesi letti a Frascati, mescola impressionismo sensoriale con realismo crudo – un’anticipazione del suo stile maturo.
Tornato dal fronte, la guerra continua a ossessionarlo. Nel 1916-17 collabora col Resto del Carlino da Bologna, dove incontra Umberto Saba. Sposa Laura Babini (1918), nasce il figlio Massimo. Ma le cicatrici restano: in La siepe e l’orto (1920), racconti brevi filtrano il trauma attraverso la natura calabrese. E più tardi, Gente in Aspromonte (1930) riecheggia quel senso di impotenza contro forze superiori – Stato, natura, destino .
Contesto storico: Alvaro partecipa alla disfatta di Caporetto (1917) indirettamente, ma ne assorbe l’umiliazione collettiva. Antifascista precoce, userà quelle lezioni per denunciare i totalitarismi in L’uomo è forte (1938). La medaglia d’argento? La custodisce come monito, non trofeo. Per noi oggi, nel centenario di quel massacro, Alvaro è testimone scomodo. Non glorifica, non vittimizza: mostra l’uomo solo di fronte all’assurdo.































