Procuratore Domenico Guarascio, l’operazione “Stige” ha dimostrato che il clan Farao-Marincola non cercava solo il controllo del territorio, ma il monopolio di interi settori economici sani. Oggi la ‘ndrangheta cirotana è riuscita a evolversi in forme ancora più invisibili e colluse con l’imprenditoria?
«Sì, ha continuato a mantenere e affinare quel controllo. Dobbiamo immaginare un territorio come quello cirotano che ha poche attività economiche chiave: il mercato ittico e tutto ciò che riguarda la domanda pubblica, come lo smaltimento dei rifiuti e l’appaltistica. La cosca ha continuato a esercitare il suo potere, come confermano le indagini condotte anche dopo l’operazione Stige.
- Procuratore Domenico Guarascio, l’operazione “Stige” ha dimostrato che il clan Farao-Marincola non cercava solo il controllo del territorio, ma il monopolio di interi settori economici sani. Oggi la ‘ndrangheta cirotana è riuscita a evolversi in forme ancora più invisibili e colluse con l’imprenditoria?
- Crotone e la sua provincia sono disseminate di beni sottratti ai clan, eppure molti restano inutilizzati o vengono vandalizzati, come la villa di Nicola Arena. Quale strategia serve affinché la confisca diventi un vero strumento di economia sana?
- Crotone è spesso agli ultimi posti per qualità della vita. Esiste un nesso diretto tra l’isolamento infrastrutturale, la mancanza di lavoro e il potere della ‘ndrangheta?
- Cosa direbbe ai ragazzi che si occupano di monitoraggio civico e rivendicano trasparenza, volendo poter scegliere se restare o andare via da questa città?
- Procuratore, lei vede ogni giorno come la ‘ndrangheta tolga il respiro a questa terra. Cosa le dà la forza di continuare e come possiamo starle accanto?
Il punto centrale emerso è la volontà di mimetizzarsi nell’economia per evitare arresti. Abbiamo intercettazioni allarmanti in cui i capicosca dicono ai figli: “Non dobbiamo più chiedere soldi con l’estorsione, dobbiamo imparare a lavorare. Tanto, il lavoro, in calabrese non ce lo rifiuta nessuno”. Questa “liquidità” della prova ci ha permesso di individuare un plateau di imprese apparentemente sane, ma mafiose nella sostanza. Erano le uniche a lavorare sul territorio, spesso praticando prezzi anticoncorrenziali.
Pensate al settore della panificazione: un capocosca diceva ai figli che “con acqua e farina si fanno i soldi”. Se imponi il tuo pane e la tua farina a tutti i locali, i guadagni diventano immensi. Inoltre, la ‘ndrangheta aiuta queste imprese — a volte creandole da zero — a espandersi in Germania, Toscana o Lombardia. Non usano piani di marketing, ma la forza dell’intimidazione: abbiamo registrato mafiosi che vendevano vino “porta a porta” nei ristoranti italiani in Germania. I ristoratori li riconoscevano e compravano, anche se non ne avevano bisogno. È un’economia di scala distorta: l’imprenditore guadagna mercati esteri senza sforzo, ma in cambio perde la gestione dell’azienda, che viene totalmente assorbita dal clan».

Crotone e la sua provincia sono disseminate di beni sottratti ai clan, eppure molti restano inutilizzati o vengono vandalizzati, come la villa di Nicola Arena. Quale strategia serve affinché la confisca diventi un vero strumento di economia sana?
«È una sfida complessa. L’esperienza ci dice che senza il coinvolgimento del Terzo Settore – associazioni, volontariato, società civile – l’utilizzo del bene confiscato non funziona. La gestione diretta da parte degli enti locali sconta spesso le croniche difficoltà della pubblica amministrazione calabrese: carenza di risorse, problemi infrastrutturali e di depurazione.
Bisogna rendere più attrattiva l’iniziativa per le associazioni, ma restando vigili: a volte anche il Terzo Settore è inquinato e nasconde realtà costituite ad hoc dai clan per rientrare in possesso dei beni. Se non c’è un patto profondo tra magistratura e cittadini, se la società civile non si riappropria fisicamente degli spazi, anche la confisca rischia di naufragare nelle inefficienze burocratiche».
Crotone è spesso agli ultimi posti per qualità della vita. Esiste un nesso diretto tra l’isolamento infrastrutturale, la mancanza di lavoro e il potere della ‘ndrangheta?
«Assolutamente sì, è quasi un’ovvietà. L’assenza di infrastrutture e di lavoro crea inevitabilmente manovalanza per le organizzazioni criminali. Se un ventenne non ha prospettive né formazione, finisce per spacciare. È mortificante doverlo ribadire ancora oggi.
Il problema è la narrazione: chi descrive questa realtà viene spesso accusato di essere una “Cassandra” che non vuole vedere il bello del territorio. Invece, bisogna partire proprio dalle basi e dire la verità ai ragazzi. Questi fenomeni non hanno un’origine metafisica; non siamo “deviati” per una questione morale innata. Siamo in questa situazione perché non si affrontano i problemi strutturali. Perché non si costruiscono le infrastrutture? Perché non si attivano le bonifiche? Queste sono le domande che i cittadini devono rivolgere ai propri rappresentanti».

Cosa direbbe ai ragazzi che si occupano di monitoraggio civico e rivendicano trasparenza, volendo poter scegliere se restare o andare via da questa città?
«Vi direi di andare avanti. Solo riappropriandovi degli spazi pubblici potrete decidere consapevolmente di restare. La ‘ndrangheta prospera dove il cittadino volge la faccia dall’altra parte e non si informa. Spesso non c’è un’opinione pubblica che parli dei beni confiscati gestiti dai comuni; è un silenzio inspiegabile.
Voi siete osservatori privilegiati. Quando agganciate concetti astratti come la “legalità” a dati oggettivi — mercato del lavoro, dispersione scolastica, appalti — il quadro diventa chiaro. In questo modo vi appropriate, con orgoglio, delle sorti della vostra terra».
Procuratore, lei vede ogni giorno come la ‘ndrangheta tolga il respiro a questa terra. Cosa le dà la forza di continuare e come possiamo starle accanto?
«La forza mi viene proprio da occasioni come questa, vedendo giovani che hanno a cuore il futuro del proprio Paese. Per starci vicino dovete informarvi, studiare ed essere cittadini curiosi e rispettosi delle regole.
Se mettiamo a sistema l’attività repressiva della magistratura con una rete sociale consapevole, la ‘ndrangheta — che è un fenomeno umano — troverà la sua fine molto più rapidamente. Se invece scegliamo la narrazione del “mettere la testa nella sabbia” per evitare di rimboccarci le maniche, allora resteremo per sempre soli a guardare tristemente fuori dalla finestra».































