La terra tra Catanzaro e Vibo Valentia racconta una storia di boschi e risorse violate, dove l’economia del territorio sarebbe stata piegata dagli interessi mafiosi. Se due anni fa i primi accertamenti dell’operazione Artemis avevano svelato una struttura impegnata nel narcotraffico, la nuova inchiesta, ribattezzata Artemis II, avrebbe invece rimosso il velo su una realtà, quella del clan Cracolici, ritenuta ancora più pervasiva. Dal novembre 2021 al giugno 2024, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Lamezia Terme hanno ricostruito i tasselli di una profonda infiltrazione all’interno degli apparati pubblici e del tessuto economico sano nei comuni di Maida, Cortale e Jacurso.

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La democrazia violata
L’ipotesi ricostruita dagli inquirenti in questa seconda fase, parla di regole pubbliche riscritte a tavolino delle cosche egemoni sul territorio, capaci di imporre precise spartizioni nel remunerativo business dei tagli boschivi.
Il metodo mafioso e l’intimidazione sistematica avrebbero svuotato di significato tre aste pubbliche consecutive. Attraverso minacce e collusioni fraudolente, i potenziali concorrenti sarebbero stati dissuasi dal presentare offerte, provocando il fallimento delle prime due gare.
Al terzo bando l’appalto sarebbe stato quindi pilotato verso una ditta intestata a un prestanome e riconducibile al Capocosca, con l’unica partecipazione di un’azienda complice.

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Ma l’avidità della ‘ndrangheta non si sarebbe fermata davanti ai boschi, mettendo le mani persino sul servizio di refezione e mensa scolastica.
Il vertice dell’organizzazione avrebbe esercitato delle gravi pressioni e minacce sui dipendenti comunali affinché redigessero i documenti di gara secondo i desideri del clan. Al contempo i concorrenti esterni sarebbero stati scoraggiati prima di farsi avanti.
In questo modo il servizio sarebbe stato aggiudicato a una cooperativa sociale che si sospetta controllata e finanziata interamente con i capitali illeciti della consorteria criminale, inquinando il mercato pubblico.

I funzionari infedeli
Le indagini mirano a dimostrare l’esistenza un patto di reciproca e costante utilità tra la cosca e alcuni pubblici ufficiali infedeli. Gli inquirenti affermano che questi ultimi, anziché tutelare l’interesse collettivo, abbiano mercificato le loro funzioni amministrative e di vigilanza diventando referenti stabili del sodalizio.
I burocrati corrotti avrebbero rilevato in anticipo notizie segrete, come i tempi di pubblicazione dei bandi e i criteri di affidamento delle gare.
Avrebbero persine fornito le percentuali di ribasso delle ditte concorrenti e una specifica consulenza tecnica per costituire la cooperativa sociale della ‘ndrina.
L’autorità illegale
Nelle strade del territorio, poi, l’organizzazione criminale avrebbe preteso di sostituirsi allo Stato come una distorta “autorità illegale“ per risolvere le controversie tra privati.
Gli investigatori hanno accertato episodi di estorsione tramite il metodo del cavallo di ritorno, in cui privati cittadini si sarebbero rivolti al Capocosca per recuperare le proprie auto rubate da soggetti di rom, ottenendo la restituzione solo in cambio di denaro.
Inoltre, si sarebbe documentato un prestito usurario da 15mila euro concesso a un ristoratore locale, al quale sarebbe stato imposto un tasso annuo del 532%, pretendendo a garanzia del debito l’emissione di assegni bancari post-datati.

Il sequestro finale
L’azione investigativa coordinata dalla magistratura si è conclusa con l’applicazione di 9 misure restrittive personali e un duro colpo al patrimonio accumulato.
I Carabinieri del Gruppo di Lamezia Terme hanno sequestrato due complessi aziendali, tra cui l’impresa boschiva e la cooperativa sociale della mensa scolastica. L’operazione ha consentito anche il blocco di somme in contanti per 5700 euro, considerate l’immediato provento delle estorsioni e della corruzione, interrompendo così il circuito vizioso del reimpiego dei capitali illeciti nei mercati pubblici territoriali.






























