La Corte d’Appello di Trento ha confermato la totale insussistenza delle accuse di stampo mafioso, pronunciandosi in via definitiva su uno degli imputati nell’operazione Freeland. Al centro della vicenda giudiziaria Giuseppe Perre, che ha visto ribadita la sua assoluzione da ogni ipotesi di reato. Una sentenza che mette in dubbio l’ipotesi dell’esistenza di una locale di ‘ndrangheta attiva in Alto Adige.

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La tesi respinta
Perre (difeso dall’avvocato Pier Paolo Emanuele del Foro di Reggio Calabria) era già stato scarcerato anni addietro dal Tribunale della Libertà di Trento e successivamente prosciolto in primo grado dal Gup. La Procura Distrettuale Antimafia, attraverso il magistrato Ognibene, aveva però impugnato il verdetto di primo grado.
L’impianto accusatorio sosteneva che l’imputato facesse parte della locale insediata sul territorio altoatesino, ritenuta collegata alla cosca Papalia-Italiano originaria di Platì e Delianuova.
Secondo questa ricostruzione, l’uomo avrebbe ereditato il ruolo del padre defunto, Francesco Perre, per perpetuare un’egemonia criminale.
Tuttavia, i giudici di secondo grado hanno smontato questa prospettazione, accogliendo in toto le argomentazioni difensive presentate dalla difesa tecnica.

Le accuse di droga
Oltre a escludere qualsiasi forma di vincolo associativo mafioso, i giudici trentini hanno sentenziato la totale estraneità dell’imputato anche in merito alle due ipotesi di cessione di sostanze stupefacenti che continuavano a essergli contestate.
Nel dettaglio, la prima imputazione è caduta perché il fatto non sussiste, mentre per la seconda è stata sancita la più assoluta estraneità ai fatti. Per la terza volta nelle diverse fasi processuali, la magistratura riconosce l’innocenza dell’uomo.


























