(Adnkronos) – “Finalmente, dopo otto anni, inizierà il processo. Penso sempre alle vittime. Il processo non mi ridarà indietro quello che mi è stato tolto ma finalmente capiremo come è andata quel giorno. Sono stati anni lunghissimi in cui ho affrontato dieci interventi chirurgici e un percorso medico e riabilitativo estremamente complesso. Per salvare la mia gamba sinistra, gravemente compromessa dall’esplosione, i chirurghi hanno dovuto intervenire su diverse parti del mio corpo, utilizzando tessuti prelevati dalla schiena, dalla testa, innesti ossei e cutanei, in una situazione vascolare delicatissima, con una sola arteria funzionante. Tutti interventi sperimentali. Ho trascorso oltre sei anni tra sedia a rotelle, stampelle, scarpe ortopediche, interventi e riabilitazione. Ora chiedo solo una cosa: che venga fatta giustizia”. A parlare con l’Adnkronos è Angela Grignano, la giovane ex ballerina trapanese che il 12 gennaio del 2019 rimase gravemente ferita nella esplosione che a Parigi provocò quattro morti e numerosi feriti.
Domani inizierà a Parigi il processo che coinvolge oltre 500 persone, appartenenti ad almeno cinque nazionalità. E tra le parti civili c’è anche lei, Angela Grignano, che all’epoca si trovava a Parigi da appena un mese con il sogno di fare la ballerina a Disenyland. “Non sono mancati momenti di sconforto, nei quali sono arrivata persino a considerare l’amputazione. L’ultimo grande intervento, un’artrodesi, ha comportato il blocco definitivo della caviglia sinistra. Soltanto nella primavera del 2025 sono riuscita a tornare a camminare senza ausili”, racconta oggi Angela Grignano, che da ieri è a Parigi, con sua mamma. “Ma tornare a camminare non significa tornare alla vita di prima. Non posso più correre, non posso più ballare come facevo un tempo e continuo a convivere con conseguenze permanenti”, dice.
L’appuntamento è alle ore 13.30, presso il Tribunale giudiziario di Parigi, situato al 45 Avenue de la Porte de Clichy, 75017 Parigi. Le udienze si terranno con cadenza quotidiana, secondo il calendario giudiziario previsto, e si protrarranno fino al 7 dicembre 2026. Un processo che si preannuncia particolarmente complesso e, per certi aspetti, ancora controverso. A distanza di quasi otto anni, infatti, permangono divergenze tra le ricostruzioni tecniche elaborate nell’ambito dei procedimenti penale e civile, con interrogativi ancora aperti sulle cause della catastrofe e sull’individuazione delle responsabilità.
L’esplosione, che provocò danni lungo circa 200 metri di strada, sarebbe stata la conseguenza del progressivo deterioramento del terreno, causato da perdite delle condutture delle acque reflue. Il cedimento del sottosuolo avrebbe provocato la rottura di una tubazione del gas, la conseguente fuga e infine l’esplosione. Al centro delle contestazioni del processo penale figurano il Comune di Parigi, per i presunti mancati approfondimenti sui ripetuti cedimenti del marciapiede, e la società CIPA, amministratrice dello stabile, per le presunte omissioni relative alle perdite delle condutture fognarie. I soggetti coinvolti sono chiamati a rispondere, a vario titolo, di omicidio involontario, lesioni involontarie e danneggiamenti involontari, con responsabilità che dovranno essere accertate nel corso del dibattimento.
“A complicare ulteriormente il quadro è intervenuta una nuova perizia nell’ambito del procedimento civile, nel 2026, che ha sollevato interrogativi sulle condizioni della tubazione del gas in ghisa e sulla mancata sostituzione di quel tratto, a differenza di altri segmenti della rete circostante. Sono così emerse ulteriori questioni riguardanti le possibili responsabilità di GRDF, gestore della rete di distribuzione del gas, che non figura tra gli imputati del processo penale- racconta Angela Grignano – Il quadro tecnico e giudiziario rimane dunque articolato, mentre numerose questioni risarcitorie sono ancora irrisolte”. Secondo le informazioni organizzative disponibili, il procedimento coinvolgerà circa 500 persone, appartenenti ad almeno cinque nazionalità differenti, con la presenza di interpreti giudiziari e un sistema di web radio riservato alle parti civili. Le associazioni delle vittime stimano inoltre una platea più ampia, di circa 800 persone colpite direttamente o indirettamente dalla tragedia.
Oltre al danno fisico, anche “il danno professionale, il cui pieno riconoscimento rappresenta ancora oggi una delle questioni più complesse sul piano risarcitorio”, dice Grignano. “Avevo 24 anni, un percorso universitario e una formazione artistica nel mondo dello spettacolo, della danza e della comunicazione. Ero arrivata a Parigi da appena un mese, con il sogno di entrare nel corpo di ballo di Disneyland Paris e una carriera ancora tutta da costruire”. “Dimostrare il valore di ciò che avrei potuto realizzare, e che quella mattina mi è stato sottratto, si è rivelato uno degli aspetti più difficili di questa vicenda”. Eppure, nonostante l’evidenza delle lesioni, la gravità degli interventi e le conseguenze permanenti, anche ottenere il pieno riconoscimento dei danni fisici e professionali si sta rivelando un percorso lungo e complesso. Ma la battaglia non è stata soltanto fisica.
“Sto lottando anche per ottenere il riconoscimento delle conseguenze psicologiche e morali di quanto accaduto. Paradossalmente, proprio la forza con cui ho cercato di reagire è diventata un ostacolo. Ho sempre cercato di tenermi occupata, talvolta riempiendo le mie giornate di impegni ben oltre le mie possibilità, forse anche per evitare di fermarmi a pensare a ciò che mi era successo. Ho incontrato tanti ragazzi nelle scuole, raccontando la mia esperienza per incoraggiarli a non arrendersi davanti alle difficoltà e a trovare la forza di reagire anche quando la vita sembra mettere tutto in discussione. Ho cercato, insomma, di trasformare ciò che mi era accaduto in qualcosa di utile anche per gli altri- dice – Eppure, il fatto di continuare a sorridere, prendermi cura di me, uscire con gli amici e cercare di ricostruire una quotidianità è stato interpretato come la dimostrazione che avessi superato il trauma”. “Ma sorridere non significa non soffrire. E reagire non significa essere guariti. Non ho mai voluto ostentare il mio dolore, né rendere la mia condizione più drammatica di quanto già fosse. Perché cosa può esserci di più doloroso che vedere infrangersi, a soli 24 anni, i propri sogni e ritrovarsi su un letto d’ospedale a lottare persino per salvare una gamba?”. “Sono profondamente fiera di come ho reagito. Non avrei potuto trascorrere il resto della mia vita chiusa in una stanza a piangere, soprattutto sapendo che altre quattro persone non hanno avuto la mia stessa possibilità di continuare a vivere”.
“Ed è proprio questo uno dei pesi più difficili da portare: il senso di colpa del sopravvissuto. Tra le quattro vittime ci sono due vigili del fuoco che persero la vita a pochi passi da me, mentre erano intervenuti per proteggere e salvare altre persone. Il loro sacrificio ha segnato profondamente il mio modo di guardare alla vita. Per molto tempo mi sono chiesta perché io fossi sopravvissuta e loro no. Ho cercato una risposta nel desiderio di non sprecare questa seconda possibilità, di fare qualcosa di buono e di dedicare idealmente ogni passo riconquistato e ogni piccola vittoria anche a chi non ha avuto la stessa fortuna”.
“Non dovrebbe essere necessario mostrarsi distrutti per dimostrare di aver subito un trauma. La mia capacità di reagire non può diventare un motivo per ridimensionare ciò che ho subito- ribadisce -Oggi sono nuovamente a Parigi, insieme a mia madre, per affrontare uno dei momenti più importanti e difficili della mia vita. Il calendario provvisorio prevede una prima fase dedicata alla ricostruzione dei fatti e all’ascolto degli investigatori, dei vigili del fuoco e dei consulenti tecnici. A partire dal 12 novembre dovrebbero essere ascoltati i testimoni e le parti civili che desiderano intervenire, mentre nella seconda metà del mese sono previsti gli interrogatori degli imputati e, successivamente, nella fase conclusiva del dibattimento saranno presentate le richieste dell’accusa e le argomentazioni finali degli avvocati delle parti civili e della difesa. Seguirò le udienze e renderò la mia testimonianza quando sarò chiamata a farlo. Sarà difficile confrontarmi nuovamente con quella mattina davanti a tutti, ascoltare le ricostruzioni e incontrare i familiari di chi non è più tornato a casa. Ma è un passaggio fondamentale per provare a chiudere un capitolo rimasto aperto troppo a lungo”.
La tragedia di rue de Trévise ebbe una fortissima risonanza anche in Italia. “Ricordo l’apprensione della mia città, Trapani, e la solidarietà arrivata da ogni parte del Paese. Quando la mia storia cominciò a circolare sui giornali e nelle televisioni, io ero ricoverata in condizioni gravissime, in coma farmacologico. Non potevo nemmeno rendermi conto di quanto stesse accadendo. Al mio risveglio ho scoperto che tantissime persone avevano seguito la mia vicenda come quella di una figlia, di una sorella, di una persona di famiglia. Un affetto che non dimenticherò mai. Anche le istituzioni italiane mi sono state vicine. L’Ambasciata e il Consolato Generale d’Italia a Parigi hanno rappresentato negli anni importanti punti di riferimento, così come le tante persone che, a vario titolo, si sono interessate alla mia situazione, come il Presidente Mattarella. Oggi, alla vigilia di questo processo, mi piacerebbe sentire ancora una volta l’Italia al nostro fianco. Non soltanto per la mia storia personale, ma per tutte le vittime e le famiglie che attendono risposte, perché il diritto alla giustizia e alla tutela dei cittadini non dovrebbe conoscere confini”.
“La stampa francese segue con grande attenzione l’imminente apertura del processo e anche testate di altri Paesi si stanno interessando alla vicenda. Non si tratta di sollecitare un’attenzione dovuta, ma di condividere un aggiornamento importante su una vicenda che ha coinvolto e commosso tante persone anche in Italia e far sì che si possa conoscere anche questo nuovo e fondamentale capitolo: quello della ricerca della verità e della giustizia”. “In questi anni ho avuto accanto medici francesi e italiani che hanno lottato insieme a me per permettermi di tornare a camminare, avvocati che mi hanno accompagnata in un percorso giudiziario estremamente complesso, istituzioni e persone che non hanno mai smesso di sostenermi. Un ringraziamento particolare va all’associazione VRET e a quella che ormai considero la mia famiglia di rue de Trévise: persone unite da una tragedia, ma anche da una solidarietà che in questi anni è diventata una forza straordinaria”.
Oggi rue de Trévise è cambiata. Una parte di quella strada è diventata uno spazio di memoria, con un giardino e una stele che ricorda le vittime. Un luogo che custodisce ciò che è accaduto e che invita a non dimenticare. “Quel 12 gennaio 2019 non sono crollati soltanto muri e palazzi. In pochi istanti si sono interrotte quattro vite e sono cambiati per sempre i destini di tante altre persone. Oggi chiedo soltanto che, dopo quasi otto anni, si arrivi finalmente a una ricostruzione rigorosa dei fatti, all’accertamento delle responsabilità e al pieno riconoscimento dei danni subiti. Perché sopravvivere è stato soltanto il primo passo. Il resto è stata una lunga battaglia per tornare a vivere. E adesso è arrivato il momento di chiedere giustizia.Io testimonierò, ci metto la mia faccia, e lo farò davanti a tutti i familiari delle vittime. Chiedo che vengano rispettati i miei diritti. Così potremo mettere la parola fine a questo capitolo importante della mia vita. Un capitolo che porterò sempre con me…”. (di Elvira Terranova)
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