Nel panorama delle prestazioni previdenziali nazionali, la Calabria si posiziona (anche qui) tristemente all’ultimo posto della classifica italiana con un importo lordo medio di circa 17.600 euro all’anno per pensionato. Una condizione di particolare debolezza economica che riflette una storia occupazionale complessa, caratterizzata da carriere lavorative storicamente discontinue, retribuzioni medie nettamente più basse rispetto al resto del Paese e un’elevata incidenza di provvidenze assistenziali. In una regione in cui i pensionati rappresentano spesso il pilastro economico fondamentale per intere famiglie, la progressiva contrazione degli assegni rischia di provocare contraccolpi sociali pesantissimi.

Il panorama nazionale
A livello nazionale la spesa complessiva per le pensioni ha raggiunto la cifra di 372,45 miliardi di euro nel 2025, mantenendo un importo lordo medio di 22.621 euro per ciascuno dei circa 16 milioni di pensionati italiani.
Tuttavia, il divario geografico rimane profondamente marcato lungo la penisola. La Lombardia guida la graduatoria con oltre 25.500 euro medi annui, seguita da Bolzano, Valle d’Aosta e Liguria, favorite da tessuti industriali solidi e retribuzioni elevate.
All’opposto, la parte bassa della classifica è interamente occupata dalle regioni del Mezzogiorno, dove gli assegni mensili risultano mediamente inferiori di circa 350 euro rispetto alle regioni del Centro-Nord.
Il prossimo decennio
Entro il prossimo decennio, però, la situazione potrebbe determinare una vera e propria emergenza sociale. Ad attestarlo è l’organizzazione datoriale Unsic, membro del Cnel, il cui Ufficio comunicazione ha analizzato la tendenza dell’importo lordo medio del reddito pensionistico in Italia basandosi ovviamente sui dati Inps.
Intanto, l’assegno annuo pro-capite è cresciuto di circa 400 euro nell’ultimo decennio, una somma che però è stata erosa dall’inflazione.
La crescita degli importi, legato alla rivalutazione automatica all’inflazione, ha riguardato pensioni anticipate (oggi media a 27mila euro annui), di vecchiaia (16.650 euro che prendono 11,5 milioni di persone), ai superstiti/reversibilità (12.480 euro) e invalidità previdenziale (10.686 euro).

Il regime contributivo
Anche l’assegno sociale è passato dai 448,07 del 2016 agli attuali 546,24 euro, ma per il futuro ad abbassare le medie saranno le nuove pensioni.
Peserà, in particolare, la netta riduzione dei nuovi pensionati nel regime cosiddetto “misto”, cioè che considera sia gli importi pre-1996 calcolati con il retributivo (sulla base degli stipendi) con quelli post-1996 calcolati invece con il contributivo (la somma dei contributi moltiplicati per un coefficiente crescente in base all’età dell’uscita dal lavoro).
Sarà proprio la netta prevalenza del regime contributivo puro, introdotto dalla Riforma Dini (la legge n. 335/1995) ed esteso pro quota a tutti i lavoratori dal 2012 con la Riforma Fornero, a spingere verso il basso l’importo delle pensioni rispetto al sistema precedente, del resto in linea con gli scopi delle riforme.

Gli ostacoli del futuro
A rilanciare l’allarme anche Domenico Mamone, presidente dell’Unsic, che descrive il quadro con estrema precisione: “Tra una decina d’anni il regime previdenziale misto, tendenzialmente più favorevole del contributivo puro, sarà residuale e gli assegni pensionistici saranno di conseguenza sempre più leggeri”.
Un allarme che è rivolto anche ai recenti cambiamenti produttivi e al calo demografico che peserà sulle casse pubbliche, rischiando di spezzare i consolidati equilibri della società italiana.





























