È terminata stasera, in un’abitazione nel pieno centro storico di Vibo Valentia, la latitanza del 28enne Luigi Federici, ritenuto legato alla ‘ndrina dei Pardea Ranisi. Dopo oltre due mesi di indagini serrate, i finanzieri del capoluogo napitino e di Catanzaro hanno stretto il cerchio attorno al fuggitivo, accusato di associazione mafiosa e accesso indebito a dispositivi di comunicazione durante la detenzione.

Le radici dell’indagine
L’attività investigativa di oggi rappresenta il proseguimento di un’inchiesta più ampia, chiamata in codice Call Me e che, nell’aprile del 2025, aveva portato all’arresto di dieci soggetti vicini a un clan attivo a Tropea, e specializzati nelle estorsioni ai danni degli imprenditori della costa tirrenica.
Gli inquirenti del Gico di Catanzaro e del Pef di Vibo avevano scoperto un sistema inquietante: alcuni esponenti di spicco, nonostante fossero dietro le sbarre, riuscivano a impartire ordini e comunicare con l’esterno attraverso l’uso illegale di telefoni cellulari.
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Il gioco dei ricorsi
La vicenda giudiziaria del 28enne ha vissuto momenti complessi. Inizialmente, il Tribunale del Riesame aveva annullato la misura restrittiva nei suoi confronti, ma la Procura di Catanzaro non si è arresa, presentando ricorso alla Corte di Cassazione.
Dopo l’accoglimento del ricorso, una nuova decisione del Riesame ha ripristinato l’ordine di cattura. Tuttavia, dal mese di febbraio, il giovane aveva fatto perdere le proprie tracce, venendo dichiarato ufficialmente latitante su richiesta dell’ufficio inquirente.
Fedrici è stato inoltre condannato in appello a 18 anni nell’ambito del maxi processo Rinascita Scott. Nell’ambito delle indagini, sarebbero state arrestate anche altre due persone, un uomo e una donna, accusate di favoreggiament: secondo gli investigatori lo avrebbero aiutato durante il periodo di latitanza.

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Un presidio costante
Il ritrovamento del covo è stato possibile grazie a una sinergia operativa esemplare tra fiamme gialle e carabinieri. Un risultato che sottolinea l’impegno incessante della Procura nel contrastare la criminalità organizzata.
Lo sforzo congiunto ha permesso di assicurare alla giustizia un soggetto ritenuto pericoloso, confermando come la vigilanza sul territorio calabrese resti altissima per colpire ogni forma di egemonia mafiosa e garantire la legalità.
L’operazione ha visto la partecipazione del Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata, della Compagnia Carabinieri di Vibo Valentia e dello Squadrone Eliportato Cacciatori Calabria.






























