Una organizzazione pervasiva, capace di condizionare le aste giudiziarie e di intercettare ingenti contributi comunitari a fondo perduto destinati all’agricoltura. È quando portato alla luce dalle fiamme gialle di Catanzaro che stamani hanno eseguito cinque misure cautelari a carico di altrettante persone, e un sequestro di beni, tra denaro, società ed immobili, che si avvicina ai 37 milioni di euro.

I presunti prestanome
L’ipotesi è che la rete gestisse numerose società attive soprattutto nei settori immobiliare ed agricolo. Per schermare i reali beneficiari dei guadagni e sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine, i beni sarebbero stati intestati fittiziamente a coniugi, compagne, prestanomi e persone di fiducia.
Il gruppo si sarebbe anche attivato nelle procedure esecutive e fallimentari per agevolare figure riconducibili a un elevato spessore criminale, consolidando una pericolosa saldatura tra contesti imprenditoriali deviati e poteri mafiosi calabresi.
I provvedimenti del Gip
Al termine delle indagini, il Gip del tribunale del capoluogo di regione ha deciso quindi per la custodia in carcere a carico di due indagati originari del reggino e del vibonese, ai quali è stata riconosciuta proprio l’aggravante del metodo mafioso. Gli alti tre, che sono invece del catanzarese, ovvero due imprenditori e un avvocato, sono stati sottoposti ai domiciliari.
Effettuate inoltre una serie di perquisizioni allo scopo di rintracciare ulteriore documentazione e riscontri probatori utili a ricostruire i flussi finanziari dell’organizzazione.

I sigilli ai patrimoni
Imponente l’ammontare dei sequestri eseguiti nel catanzarese, reggino, crotonese e aretino: si tratta di disponibilità finanziarie e denaro per circa 2,5 milioni di euro.
Sigilli anche per quindici persone giuridiche operanti nel comparto agricolo nella provincia di Catanzaro e del valore di circa 1,6 milioni, oltre che per 398 immobili tra fabbricati e terreni situati nelle province di Catanzaro, Reggio Calabria e Pisa, dal valore stimato di circa 32,6 milioni.
Dalla ricostruzione degli inquirenti emergerebbe un fitto reticolo di aziende agricole intestate a imprenditori del settore fittizi, che sarebbero nate solo per partecipare in modo sistematico ai bandi pubblici e incassare denaro a fondo perduto.
Le accuse contestate
Le indagini, condotte in perfetto coordinamento tra il Gico e lo Scico della Guardia di Finanza, coordinati dalla Procura Distrettuale della Repubblica.
Agli indagati si contestano le ipotesi di reato di turbata libertà degli incanti, riciclaggio, autoriciclaggio, trasferimento fraudolento di valori e truffe aggravate sui fondi europei della Politica Agricola Comune.



























